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    Questo sono io, Davide Zappacosta


    L’inizio dell’esperienza alla Roma visto come una boccata d’ossigeno e poi subito un lungo stop dovuto all’infortunio al ginocchio

    E mercoledì sera per Davide Zappacosta è arrivato un nuovo inizio, con il ritorno in campo nella prima partita della Roma dopo lo stop della stagione imposto dall’emergenza Covid-19.

    Abbiamo parlato con Davide. Ecco le sue parole, presentate dal nostro partner Manpower Group.

    Chi era Davide da bambino?

    “Mi è sempre piaciuto il pallone, sotto quel punto di vista ho ripreso da mio padre che giocava a calcio. Mi ha trasmesso questa passione e ho iniziato a giocare a cinque anni nella squadra del mio paese”.

    All’inizio hai un po’ seguito la sua carriera, giocando nelle squadre vicino casa.

    “Sì, lui non è mai uscito da quella zona. E io inizialmente ho fatto dieci anni nelle giovanili del Sora. Ho iniziato come tutti i ragazzi pensando solo a una cosa: divertirmi”.

    Non pensavi di diventare di professionista?

    “Quando parti da bambino sogni tante cose, ma non hai il contatto con il mondo che ti circonda. Inizi a capire qualcosa quando ti trovi catapultato in altre realtà, dove si parla di salvezza, di retrocessione, di obiettivi. Sono quelli gli ambienti che ti fanno capire quanto il divertimento sia diventato anche un lavoro. Devo dire però che già quando ero più piccolo sentivo molto la partita, la prendevo già come una cosa seria, il giorno prima non uscivo, mi riposavo, volevo concentrarmi sulla sfida. A posteriori, forse, ero già proiettato a una carriera da professionista”.

    La prima volta che ti sei allontanato dalla tua famiglia è stato all’Avellino?

    “In realtà c’è stata prima un’avventura a Bergamo, dove sono stato inserito nella Primavera dell’Atalanta. Ero lontanissimo da casa, in un gruppo totalmente diverso. Per un ragazzo chiuso come me non è stato semplice. Lo ricordo come un periodo difficile, poi però ne è arrivato un altro, appunto quello dell’Avellino”.

    Ti sei trovato male?

    “Fu una bella prova, perché è lì che ho cambiato il mio ruolo. Avevo sempre fatto l’esterno alto e l’allenatore iniziò a schierarmi come terzino destro. Ho fatto fatica inizialmente, non sono mai stato schierato in partita per tre mesi, ma alla fine sono riuscito a ricavarmi il mio spazio. E ho scoperto che quello era il ruolo della mia carriera”.

    Dopo tre stagioni sei tornato all’Atalanta, questa volta in prima squadra. Come è stato tornare lì?

    “Mi chiamarono per un test, c’era Colantuono in panchina. Iniziò a schierarmi titolare nelle partite estive e poi ho giocato per tutta la stagione”.

    Cosa ti ricordi dell’esordio in Serie A?

    “La mia famiglia era lì, a guardarmi, la loro emozione è stata bellissima e la porterò sempre nel mio cuore. L’esordio è stato il coronamento del sogno di un bambino e quella sensazione non si dimentica mai”.

    Nemmeno il tempo di abituarti a Bergamo che arriva la chiamata del Torino. Ti ha destabilizzato cambiare subito?

    “No, a quel punto mi sentivo pronto a viaggiare, a cambiare. L’Atalanta in quel periodo aveva necessità di vendere e il Torino rappresentava una squadra che voleva lottare per l’Europa, non ho avuto problemi a trasferirmi”.

    Sono state due stagioni positive con i granata?

    “Sì, la prima però fu un po’ più complicata. Il sistema di gioco era lo stesso da qualche anno, c’era Ventura in panchina. Sono riuscito a farmi vedere, ma la continuità l’ho trovata solo con Mihajlovic, un allenatore che mi ha dato fiducia e che mi ha formato caratterialmente, quello di cui avevo bisogno in quel momento. È stato l’anno più importante della mia carriera, che mi ha permesso di trovare anche un posto in Nazionale”.

    Sei cresciuto talmente tanto che è arrivata la chiamata dal Chelsea. Come è nato quel trasferimento?

    “Mancavano pochi giorni alla fine del mercato, mi chiamarono dicendomi che Conte mi voleva lì. Poi arrivò anche la sua chiamata. A Torino avevo trovato il mio equilibrio, volevo confermarmi, ma dato che era una squadra come il Chelsea a volermi, alla fine ho scelto di fare un ulteriore salto di qualità: il primo momento di tentennamento ha lasciato il posto all’entusiasmo e sono partito un’altra volta”.

    Hai pensato anche di non accettare, quindi?

    “Visto dall’esterno sembra facile: si pensa che se chiama il Chelsea bisogna dire di sì. E lo capisco. Ma non è sempre tutto così semplice. Io sono partito da un piccolo paese, mi ero affermato al Torino, sembrava una cosa più grande di me. Andavo in una realtà diversa, abitudini diverse, tanti campioni intorno, dove non ti conosce nessuno. Devi farti rispettare e inserirti. Non è facile, ma l’ho fatto e sono contento della scelta”.

    Sono state due stagioni differenti per te quelle con i blues: meglio la prima della seconda?

    “Allenarsi con calciatori di livello mi ha aiutato e poi giocare in Premier League è un’esperienza importantissima. Il primo anno è stato molto positivo, sono riuscito a fare tante partite, mi sono trovato molto bene. Con Sarri, alla seconda stagione, ho avuto più difficoltà. Avevo il capitano della squadra davanti, ho fatto fatica a farmi notare, ho perso un po’ di fiducia. Nel nostro ruolo corri tanto, se non senti le gambe che girano giocare una o due partite al mese fuori condizione non è semplice. Abbiamo vinto l’Europa League, però, ed è stata una bella soddisfazione”.

    La chiamata della Roma ha rappresentato l’occasione giusta per ripartire?

    “È stata sicuramente una boccata di ossigeno. Volevo cambiare, avevo bisogno di sfogarmi e di trovare un altro stimolo. Ero felicissimo il giorno del mio arrivo qui, forse non ero mai stato così felice. Il Chelsea è una grandissima squadra, lo so, ma personalmente il secondo anno è stato davvero complicato e venire qui rappresentava un nuovo inizio”.

    Dopo la prima presenza arriva anche il primo infortunio, nel riscaldamento del Derby. Guardando oggi quei minuti in cui ti stavi preparando a giocare quella sfida da titolare cosa pensi?

    “Penso che quell’infortunio è stato figlio del mio stato d’animo. Arrivato allo stadio ero contentissimo, era tanto tempo che non giocavo da titolare una partita di quel livello. Ero troppo carico, non vedevo l’ora di iniziare. Io non credo molto nella scaramanzia, però forse mi sono portato dietro tante scorie mentali. Dentro di me c’era una voglia assurda di spaccare il mondo. Avevo voglia di fare tanto, pensavo “ora vi faccio vedere chi sono”. Forse è stato troppo”.

    Dopo quell’infortunio muscolare ne è arrivato uno molto più serio, al crociato, che ti ha lasciato fuori diversi mesi. In quel momento cosa hai pensato?

    “Vedevo tutto scuro. Come se mi avessero messo un panno nero davanti alla vista. Non ci credevo, sentivo di essere tornato ai miei livelli. Ho mantenuto la calma, ma i primi due giorni non vedevo la luce in fondo al tunnel. Poi ho dovuto ricominciare. Ho tolto tutto dalla testa. Ho lavorato tanto, mi sono impegnato, ho lavorato tanto sul mio corpo e penso di averlo fatto bene”.

    Che periodo hai vissuto durante il lockdown?

    “È stato un momento duro, vedere tanta gente soffrire in tutto il mondo ti mette tanta tristezza. La nostra Società è stata vicina a tante persone e questo mi ha reso orgoglioso, perché certe iniziative non sono scontate. A livello personale non avevo scelta, dovevo proseguire il lavoro, mi sono concentrato tanto sugli allenamenti, più lavoravo, più le sensazioni sul mio ginocchio e sul mio fisico miglioravano. Devo tanto allo staff di questa squadra: i ragazzi non mi hanno abbandonato un minuto, mi mandavano i programmi, hanno fatto tantissimo con tutti noi e di questo sono molto riconoscente”

    La chiamata della Roma è stata una boccata d'ossigeno. Il giorno del mio arrivo ero felicissimo

    - Davide Zappacosta

    Che sensazioni hai provato quando hai ricominciato ad allenarti con i tuoi compagni?

    “Ne sono stato molto felice, ma ho preferito vivere alla giornata. Ho imparato una lezione, non serve spaccare il mondo. Ho fatto un errore grosso, portarmi dietro il rancore del passato. Queste cose vanno sempre dosate, con equilibrio. Bisogna porsi dei limiti. L’obiettivo era solo uno: tornare a giocare e divertirmi”.

    Paulo Fonseca che impressione ti ha fatto come allenatore?

    “Cerca sempre di metterci nelle giuste condizioni, ci dà le sue indicazioni, molto chiare, ci offre le soluzioni per non andare in difficoltà, ma poi ci offre libertà di movimento in campo, ci lascia la possibilità di esprimere le nostre potenzialità. Non è facile trovare allenatori con questa filosofia, mi ha davvero colpito”.

    Contro la Sampdoria c’è stato il rientro in campo: che sensazioni hai provato?

    “Sono state sensazioni molto forti, non era semplice dopo un lungo stop, ma ora serve solo la massima concentrazione sul prossimo futuro. Devo allenarmi al massimo, giorno dopo giorno, e concludere degnamente questa stagione con i miei compagni”.

    Ti aspettavi di tornare in campo al primo match dopo lo stop?

    “Mi ero preparato molto bene a ogni decisione del mister. Nell’aria respiravo l’opportunità di poter entrare a partita in corso. Sono molto contento della fiducia del mister e di essere rientrato dopo questo lungo stop”.

    Cosa hai provato al primo pallone toccato?

    “Ero carico, positivo, ma volevo solo aiutare la squadra a vincere la partita. Ce l’abbiamo fatta, grazie a una bella prova di squadra che non ha mai smesso di provarci. E poi sono arrivati quei due grandi gol di Edin”.

    Più bello il primo o il secondo?

    “Forse il primo, la palla arrivava dal suo stesso lato, da dietro, non l’ha persa mai di vista, ha calciato con il sinistro: bellissimo gol. Anche il secondo non era semplice, però”.

    Cosa vi aspetta ora?

    “Saranno partite impegnative, abbiamo l’obbligo di crederci, non conta giocare in casa o fuori, è uguale per tutti e serve lo stesso approccio, senza calcoli”.