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40 anni del "Ti amo": la coreografia raccontata da Vittorio Trenta


Compie 40 anni la dichiarazione d'amore più bella mai manifestata dalla nostra tifoseria verso la squadra. 

E per dichiararsi apertamente non servono nemmeno gesti eclatanti o parole roboanti. Può bastare poco, al Commando Ultrà Curva Sud furono sufficienti cinque lettere. Intervallate da uno spazio.

"Ti amo".

Succede a Roma, il 23 ottobre 1983. All'Olimpico è in programma il derby, Lazio-Roma. Si tratta della prima stracittadina dopo tre anni dall'ultima (causa retrocessione biancoceleste). La Roma di Liedholm ha lo scudetto sul petto ed è più forte.

Lo dimostra in campo, vincendo. Lazio-Roma finisce 0-2, gol di Nela e Pruzzo. In Sud, prima della gara, appare una scritta enorme, che quasi apre il cielo nuvoloso sopra lo stadio Olimpico. Quella lì. Che farà epoca.

“Ti amo”.

Vittorio Trenta, uno dei leader storici del CUCS, fu tra gli ideatori e realizzatori della coreografia, tra le più iconiche nella storia del tifo. La firma, Commando Ultrà Curva Sud. La racconta qui.


Come nacque l’idea?

“Qualche tempo prima, vedendo durante una manifestazione sportiva internazionale. Erano le Olimpiadi di Mosca del 1980. L’ispirazione nacque da una grande rappresentazione con i cartoncini. Si trattava di un orso in rilievo su uno sfondo, era la mascotte dei Giochi Olimpici.

Così immaginammo di riproporla su quel modello, ma con con una scritta di forte impatto. La realizzammo in occasione di quel derby dell’ottobre 1983, che si sarebbe giocato in campionato dopo tre anni dal precedente”.

Derby che fu il primo con lo scudetto sul petto per la Roma e quello del momentaneo ritorno in Serie A per gli altri. Eppure, il vostro messaggio non fu di sfottò.

“Mah, guardi, noi abbiamo pensato sempre, prima di tutto, alla nostra Roma. Facevamo le cose con amore e passione per lei. E, nei nostri messaggi, questi sentimenti volevamo trasmettere. Poi, chiaro, gli sfottò non sono mai mancati. Penso a “Ciao ‘nvidiosi”, per dirne uno”.

Quanto fu complicata la realizzazione?

“Soffertissima, fino alla notte prima della partita. Pensi che lavorammo lo striscione dentro un appartamento di 70 metri quadrati. In pratica, occupava tutto lo spazio della casa. Avete presente quanto era gigante quella scritta? Quasi un chilometro…

Eravamo un gruppetto di persone, anche mia moglie. Ad un certo punto ci fu un problema con la lettera “M” e pensavamo di non riuscire a fare in tempo a concludere nei tempi della partita. Qualcuno fece mattina senza dormire. Ma alla fine arrivammo allo stadio e quelle due semplici parole fecero la storia”.

Forse perché fu la prima volta che una tifoseria manifestasse in quella maniera il proprio amore.

“Fummo i primi a realizzare una cosa del genere. Chiaramente, il sentimento verso la propria squadra appartiene ad ogni tifoseria, ma nessuno prima di allora lo aveva rappresentato così in modo diretto. E anche con semplicità”.

 In una partita come il derby, poi.

“Non è una partita come le altre. A casa mia o nel mio abbigliamento io difficilmente abbino quei due colori. Però, capisco, io forse sono troppo esagerato…”.